G7 ENERGIA, GREENPEACE INCONTRA IL MINISTRO CALENDA: «SERVE PIÙ AMBIZIONE PER SALVARE IL CLIMA»

ROMA – All’apertura dell’ultimo giorno di lavori del G7 energia, attivisti di Greenpeace sono entrati in azione a Roma consegnando ai ministri delle sette grandi potenze mondiali un gigantesco termometro, simbolo della temperatura del Pianeta che continua a salire. 

Ricevuti dal ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda, Presidente di turno del G7 energia, gli attivisti dell’organizzazione hanno ricordato quanto sia importante rispettare gli impegni presi alla Conferenza sul Clima di Parigi, chiedendo inoltre di isolare le posizioni negazioniste e anti-scientifiche della nuova amministrazione Trump, rappresentata al G7 Energia dal segretario del dipartimento energia Rick Perry.

«Il ministro Calenda ci ha confermato che c’è la volontà di rispettare gli impegni presi alla COP21 e che l’Italia farà la sua parte, ma questo non basta», dichiara Luca Iacoboni, responsabile della campagna clima e energia di Greenpeace Italia. «Se davvero vogliamo mantenere l’aumento di temperatura entro i 2°C, o ancor meglio sotto la soglia di 1,5°C, bisogna fare molto di più. E l’Italia, che ha la presidenza di turno del G7, deve dare l’esempio non limitandosi a fare i compiti a casa ma facendo pressione su chi non sembra prendere sul serio i cambiamenti climatici»

Lo scorso anno ha fatto registrare un sorprendente e forse definitivo punto di non ritorno per il carbone, la più importante fonte di emissioni di CO2, con tre dei Paesi del G7 (Canada, Regno Unito, Francia) che hanno annunciato le date in cui abbandoneranno completamente questa fonte inquinante. Nel frattempo, la chiusura di centrali continua sia negli Stati Uniti che in Europa, la costruzione di oltre 100 nuovi impianti è stata fermata in Cina e India e, a livello globale, l’avvio di nuovi progetti per centrali a carbone ha avuto un calo del 62 per cento.

Secondo quanto dichiarato da Calenda nella settimana del 18 aprile verrà presentata in audizione alla Camera la nuova Strategia Energetica Nazionale.

«L’auspicio è che non sia l’ennesimo piano energetico basato sulle fonti fossili, ma purtroppo la decisione di separare la SEN dal Piano integrato energia e clima sembrerebbe confermare l’idea del ministro di mettere al centro del piano energetico il gas, relegando le energie rinnovabili a una fonte marginale, senza prendere impegni per un definitivo abbandono del carbone», continua Iacoboni. «Speriamo che il ministro ci smentisca con i fatti, ma ad oggi il governo sembra avere davvero poca ambizione. Non è questo ciò che ci aspettiamo da un Paese investito della presidenza del G7, e non smetteremo di farlo presente al governo», conclude Iacoboni.

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GREENPEACE: A SEI ANNI DAL DISASTRO DI FUKUSHIMA IL GOVERNO GIAPPONESE VIOLA I DIRITTI UMANI DELLE VITTIME

ROMA – La politica del Giappone di riportare gli sfollati del disastro di Fukushima in aree ancora pesantemente contaminate va contro le leggi dello Stato nipponico e viola numerosi trattati internazionali sui diritti umani. Un rapporto di Greenpeace Giappone, diffuso oggi, alla vigilia della Giornata internazionale della donna, rivela gravi violazioni dei diritti umani che hanno riguardato donne e bambini in questi sei anni dall’incidente: le donne e i bambini sono, infatti, i soggetti più a rischio oltre che sul piano della salute, su quello del rispetto dei diritti umani. Violenze, mancanza di cura e condizioni economiche svantaggiate hanno colpito di più proprio le donne e i bambini tra gli sfollati dal disastro nucleare del 2011.

 Greenpeace Giappone e Human Rights Now chiedono al governo un intervento immediato.  

 Il Giappone, infatti, aderisce a diversi trattati internazionali sui diritti umani, in base ai quali è obbligato a proteggere il diritto degli individui al “più elevato livello possibile di salute fisica e mentale”. Il Paese ha inoltre siglato impegni internazionali a salvaguardare i diritti dei profughi interni, con particolare attenzione alle esigenze specifiche dei gruppi vulnerabili (donne, bambini, anziani e disabili), alla tutela contro gli oltraggi alla dignità personale, come la violenza di genere, e al diritto dei bambini a giocare.

Da una recente indagine condotta da Greenpeace Giappone è emerso che i livelli di radioattività riscontrati nelle case di Iitate, una delle zone in cui dovranno rientrare gli sfollati, sono ben al di sopra dei limiti a lungo termine stabiliti dal governo nipponico e presenterebbero un rischio per i cittadini che facessero ritorno nell’area. A Iitate esiste ancora un rischio radiologico inaccettabile: alcuni cittadini che torneranno saranno esposti al rischio equivalente a quello di una radiografia del torace a settimana. Solo il 24 per cento di questa area è stata decontaminato, nonostante il sito del governo riporti che la decontaminazione è stata completata. 

L’ordine di evacuazione da queste aree cesserà in molte aree di Iitate entro il 31 marzo, a un anno dalla fine dell’erogazione dei risarcimenti ai cittadini evacuati. La politica di ricollocamento del Giappone contravviene al Nuclear Disaster Victims Support Act del giugno 2012, provvedimento che stabilisce le responsabilità del governo nipponico nei confronti dei sopravvissuti.

Greenpeace Giappone e diverse organizzazioni della società civile giapponese (Human Rights Now, Friends of the Earth Giappone, e Azione Green Giappone), hanno recentemente inviato una lettera ai relatori speciali del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite (UNHRC), chiedendo che valutino le questioni in materia di diritti umani che devono affrontare i sopravvissuti di Fukushima.  

 

Leggi il rapporto: www.greenpeace.org/italy/it/ufficiostampa/rapporti/Disastro-di-Fukushima-i-diritti-violati-di-donne-e-bambini

 

 

GREENPEACE: 10 ANNI DI SMARTPHONE, OCCORRE RICICLARE I RIFIUTI ELETTRONICI

BARCELLONA – Negli ultimi dieci anni, la produzione e lo smaltimento di smartphone hanno avuto un impatto significativo sul nostro pianeta, secondo un rapporto diffuso oggi da Greenpeace Usa, all’inaugurazione del “World mobile congress” di Barcellona.

Il rapporto “From Smart to Senseless: The Global Impact of Ten Years of Smartphones fornisce una panoramica dell’aumento dell’uso degli smartphone in tutto il mondo, a partire dal lancio del primo IPhone nel 2007, e del loro impatto sul nostro pianeta. Il rapporto mostra che dal 2007 sono stati usati per la produzione di smartphone all’incirca 968 TWh, quasi l’equivalente di un anno di fabbisogno energetico dell’India. I dispositivi contribuiscono significativamente alla grande crescita dei rifiuti elettronici prodotti: si prevede di arrivare a 50 milioni di tonnellate nel 2017.

Ecco alcuni dei dati raccolti:

·       Dal 2007 a oggi sono stati prodotti 7,1 miliardi di smartphone

·       Solo nel 2014, secondo uno studio della United Nations University, sono stati prodotti 3 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici legati alla produzione di smartphone. Meno del 16 per cento dei rifiuti elettronici globali viene riciclato.

·       Dal 2007 circa 968 TWh sono stati usati per produrre smartphone, che è lo stesso quantitativo di un anno di fabbisogno energetico in India.

·       Solo due modelli su tredici, esaminati come parte delle ricerca da Greenpeace Usa e iFixit, avevano batterie facilmente sostituibili. Questo significa che, quando la batteria inizia a scaricarsi, i consumatori sono costretti e sostituire l’intero dispositivo. Negli Stati Uniti gli smartphone vengono usati per un periodo medio di 26 mesi (circa due anni).

·       Nel 2020 le persone che posseggono smartphone saranno 6,1 miliardi, ovvero circa il 70 per cento della popolazione globale.

“Se tutti gli smartphone prodotti nell’ultimo decennio fossero ancora in uso, ce ne sarebbero abbastanza per ogni persona sul pianeta. I consumatori sono spinti a cambiare telefonino così spesso che la media di utilizzo è di soli due anni: l’impatto sul pianeta è devastante” afferma Elizabeth Jardim di Greenpeace Usa. “Quando si considerano tutti i materiali e l’energia richiesta per realizzare questi dispostivi, la loro durata e il basso tasso di riciclo, diventa chiaro che non possiamo continuare su questa strada. Abbiamo bisogno di dispositivi che durino più a lungo e, in sostanza, abbiamo bisogno di aziende che adottino un nuovo modello di produzione circolare”.

Greenpeace chiede all’intero settore IT di adottare un modello di produzione circolare, in modo da affrontare alla radice molte di queste sfide ambientali. Un caso esemplare è quello di Samsung, che dovrebbe impegnarsi pubblicamente al riciclo del Galaxy Note 7s, riducendo al minimo l’impatto sulle persone e sull’ambiente. Invece non è ancora chiaro cosa intenda fare con i 4,3 milioni di telefonini che ha ritirato dal commercio.

Leggi il rapporto “From Smart to Senseless: The Global Impact of Ten Years of Smartphones(in inglese): www.greenpeace.org/usa/smartphones

 Leggi lo studio della United Nations University: https://i.unu.edu/media/unu.edu/news/52624/UNU-1stGlobal-E-Waste-Monitor-2014-small.pdf

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GREENPEACE : DOMANI A BRUXELLES CONSIGLIO AMBIENTE: L’ITALIA PERSEGUA DAVVERO GLI IMPEGNI DI PARIGI E CHIEDA OBIETTIVI PIÙ AMBIZIOSI PER L’EMISSION TRADING SCHEME

ROMA – Greenpeace, Legambiente, WWF, Italian Climate Network, Coordinamento Free e Kyoto Club rivolgono un appello al Ministro dell’Ambiente, Gianluca Galletti: l’Italia deve avere un ruolo propulsivo per rendere efficace il meccanismo dell’Emission Trading, non attestandosi su posizioni di mera difesa di alcuni settori e aiutando così mediazioni al ribasso, ma contribuendo a rendere davvero efficace lo schema quale strumento di lotta al cambiamento climatico e riconversione dell’economia. È essenziale che la Ue riaffermi la propria leadership a livello globale sul clima. 

L’appello arriva alla vigilia della riunione dei Ministri dell’Ambiente della Ue che si terrà domani a Bruxelles.  Un appuntamento molto importante per il futuro perché, al primo punto all’ordine del giorno, è previsto l’esame della revisione dell’Emission Trading Scheme (ETS), il meccanismo europeo di scambio delle emissioni, il cui obiettivo dovrebbe essere quello di far pagare gli emettitori di CO2 per disincentivarli dal bruciare combustibili fossili e rendere disponibili risorse per le tecnologie pulite e il risparmio energetico. L’esame della riforma è il primo passo nell’ambito del Pacchetto Clima-Energia 2030, teso a preparare la Ue a dare il proprio contribuito al raggiungimento degli obiettivi dell’Accordo di Parigi sul Clima. Sarà decisiva la scelta del Governo italiano: starà con il fronte più avanzato dei Paesi che – seppur con ancora troppa prudenza – vogliono davvero ridurre le emissioni o invece dietro a dichiarazioni retoriche andrà ancora a braccetto con la Polonia e i paesi meno ambiziosi?

Grazie a obiettivi di riduzione delle emissioni troppo modesti, furbizie, scappatoie che hanno permesso di partire da livelli di emissione superiori a quelli reali, creando un surplus di quote, nonché generose elargizioni di quote gratuite, il sistema ETS in questi anni non è riuscito a raggiungere l’obiettivo di ridurre le emissioni in modo efficace e a fornire alle industrie quell’incentivo a innovare, contribuendo così a trasformare il sistema energetico e industriale nella direzione della decarbonizzazione. Il prezzo delle quote ETS si è attestato ad appena 4 euro per tonnellata di CO2 nel 2016, mentre il surplus di emissioni accumulatosi nel sistema è continuato a crescere, fino a raggiungere 3 miliardi di tonnellate di CO2. “Ci auguriamo di non sentire ancora piagnistei per conto delle aziende energivore che lamentano la non competitività per il prezzo dell’energia, quando invece godono di cospicui sconti in bolletta, e propongono una visione industriale di stampo ottocentesco”, sottolineano gli ambientalisti. “Si faccia piuttosto piena luce sui sussidi diretti e indiretti dati loro sulla bolletta e sulle sovra-allocazioni di quote gratuite ricevute da questi settori”.

Il Parlamento Europeo, nella plenaria dello scorso 15 febbraio, ha purtroppo adottato una proposta di riforma del tutto inadeguata ad affrontare l’attuale crisi del sistema ETS, che mantiene un mercato del carbonio inefficiente per almeno un altro decennio, ed è in piena contraddizione con l’Accordo di Parigi. I Ministri dell’Ambiente devono quindi Assumere l’iniziativa e l’Italia deve avere un ruolo attivo per trasformare finalmente l’ETS in uno strumento utile per la decarbonizzazione dell’economia europea. Le proposte di riforma attualmente sul tavolo del Consiglio non danno ancora risposte adeguate all’attuale crisi dell’ETS. Secondo ricerche indipendenti, il sistema rimarrà in condizione di surplus sino al 2030 se il meccanismo non sarà profondamente rafforzato. È cruciale l’eliminazione immediata e permanente dell’intero surplus, incluse le quote spostate nella Market Stability Reserve (MSR), che devono essere eliminate alla fine di ogni periodo di scambio. Per evitare l’accumulo nel 2021 di un enorme surplus – e l’ulteriore riduzione del prezzo del carbonio – il punto di partenza deve attestarsi ai livelli reali di emissione, ossia al livello medio delle emissioni del periodo 2017-2019. Tutti gli introiti delle aste vanno utilizzati per una rapida decarbonizzazione europea, sostenendo solo misure a sostegno dell’efficienza energetica e delle rinnovabili. La riforma deve anche includere un Fondo per finanziare l’azione climatica internazionale e un Fondo per la transizione giusta, a sostegno della riconversione produttiva e occupazionale delle attività maggiormente colpite dagli interventi di decarbonizzazione. 

L’Europa deve anche introdurre meccanismi di revisione periodica dei propri obiettivi anche nell’ETS, in coerenza con i processi concordati a livello internazionale, per poter concretamente contribuire a realizzare gli impegni assunti a Parigi: tali meccanismi devono prevedere una revisione al rialzo degli obiettivi.

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GREENPEACE: «IL GOVERNO GIAPPONESE VUOLE RIPOPOLARE UN VILLAGGIO ANCORA ALTAMENTE RADIOATTIVO VICINO A FUKUSHIMA»

TOKYO – Ad un un anno dalla cessazione delle compensazioni economiche ai cittadini evacuati, il governo giapponese ritirerà – non più tardi del 31 marzo prossimo – l’ordine di evacuazione per 6 mila cittadini da Iitate, villaggio che si trova a nord ovest dei reattori distrutti della centrale nucleare di Fukushima Daiichi, nonché uno dei siti più pesantemente contaminati dal disastro nucleare del 2011.

La prefettura di Iitate ha un territorio di 200 chilometri quadrati, il 75 per cento dei quali costituito da foreste montane. I livelli di radiazione rilevati nelle foreste – parte integrante della vita dei residenti fino a prima dell’incidente nucleare – sono paragonabili ai livelli attuali all’interno della zona di esclusione di 30 km a Cernobyl, una zona che più di 30 anni dopo l’incidente rimane ancora interdetta alla popolazione.

Da una recente indagine condotta da Greenpeace Giappone è emerso che i livelli di radioattività riscontrati nelle case di Iitate sono ben al di sopra degli obiettivi a lungo termine prefissati dal governo nipponico, con i livelli di esposizione annuali che, estesi nel corso della vita delle persone, presenterebbero un rischio superiore alle norme per i cittadini che torneranno nell’area.

«I valori di radioattività sono relativamente elevati, sia all’interno che all’esterno delle case, e mostrano che esiste ancora un rischio radiologico inaccettabile: i cittadini che torneranno a Iitate saranno esposti al rischio equivalente a quello di una radiografia del torace a settimana. Questo non è normale o accettabile», afferma Ai Kashiwagi della campagna Energia di Greenpeace Giappone.

A pochi giorni dal sesto anniversario del disastro nucleare di Fukushima, solo la scorsa settimana il governo giapponese ha confermato che non ha ancora effettuato alcuna valutazione delle dosi di esposizione attese nel corso della vita per i cittadini che torneranno a Iitate.

Greenpeace chiede al governo giapponese di assicurare un completo sostegno economico ai cittadini interessati dall’ordine di evacuazione, in modo che questi non siano costretti a tornare a Iitate per ragioni economiche: il governo Abe deve predisporre le misure per ridurre al minimo assoluto l’esposizione a radiazioni, e garantire il sostegno per permettere ai cittadini di decidere se tornare nelle loro case o trasferirsi altrove.

Leggi il briefing “Nessun ritorno alla normalità per gli sfollati di Fukushima” (in italiano)

Leggiil report “No return to normal” (in inglese)

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ENERGIA, GREENPEACE: «Il PIANO UE NON E’ IN LINEA CON IMPEGNI DI PARIGI, ITALIA DEVE FARE DI PIÚ»  

BRUXELLES – Commentando il dossier presentato oggi dalla Commissione europea sullo stato di avanzamento dell’Unione dell’energia – “State of the Energy Union” – Greenpeace evidenzia come la strategia energetica dell’Ue non sia in linea con gli impegni sul clima sottoscritti a dicembre 2015, durante la Cop21 di Parigi. 

«Per mantenere il riscaldamento globale sotto 1,5 gradi, così come concordato a Parigi, l’Unione europea deve accelerare la transizione verso un futuro 100 per cento rinnovabile e cancellare tutti i sussidi alle fonti fossili», afferma Luca Iacoboni, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace Italia. «Più di ogni altra cosa, l’Ue deve assicurare a tutti i suoi cittadini la possibilità di autoprodurre con fonti rinnovabili almeno parte dell’energia consumata, contribuendo così al necessario incremento dell’uso di fonti pulite».  

Greenpeace chiede che l’Unione europea risponda adeguatamente all’urgenza dei cambiamenti climatici, velocizzando l’uscita dall’era del carbone e superando quelli che sono gli attuali obiettivi in tema di clima ed energia. Secondo l’organizzazione ambientalista, l’Ue dovrebbe dare priorità e incentivare le energie rinnovabili, disinvestendo invece da tutte le fonti fossili e cancellando qualsiasi sussidio pubblico a queste forme inquinanti di energia.  

L’Italia risulta aver raggiunto in anticipo i propri obiettivi al 2020 sul tema delle rinnovabili, ma questo è vero solo su carta. In realtà, il raggiungimento dell’obiettivo è dovuto a un mero adeguamento dei dati statistici 2010 e, in gran parte, alla revisione Istat del dato dell’uso di biomassa per produrre calore, prima sottostimato, e non a un reale aumento delle energie rinnovabili per la produzione di energia. Inoltre, il nostro Paese non ha raggiunto l’obiettivo di interconnessione della rete, e anche per questo è ora costretto a “richiamare in azione” alcune vecchie e inquinanti centrali a carbone.  

«In Italia c’è ancora tanto da fare in tema di clima ed energia, dobbiamo abbandonare l’atteggiamento rinunciatario messo in campo dai governi che si sono susseguiti in questi ultimi anni. Abbiamo tutte le possibilità per diventare leader nelle energie rinnovabili, quello che manca è la volontà politica», conclude Iacoboni.  

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GREENPEACE DIFFONDE LE PRIME IMMAGINI DELLA BARRIERA CORALLINA AMAZZONICA: «ECOSISTEMA UNICO MA MINACCIATO DA COMPAGNIE PETROLIFERE»  

STATO DI AMAPÁ (BRASILE) – Un team di Greenpeace ha scattato in questi giorni le prime immagini sottomarine della barriera corallina amazzonica, un ecosistema unico la cui scoperta è stata resa nota solo pochi mesi fa e che si estende per 9 mila e 500 ch​ilometri quadrati tra la Guyana francese e lo stato brasiliano di Maranhão. 

L’area – dove vivono anche gorgonie, alghe rosse, 73 specie di pesci, aragoste, stelle marine, rodoliti e spugne alte fino a due metri – è minacciata da progetti di ricerca di idrocarburi che potrebbero partire qualora il governo brasiliano dovesse concedere le autorizzazioni richieste da compagnie come Total o BP.  

Gli attivisti dell’organizzazione ambientalista sono impegnati in questi giorni nell’area con la nave Esperanza, per documentare questo prezioso ecosistema marino insieme a un team di esperti oceanografi.

«Questo sistema corallino è importante per numerose ragioni, ad esempio possiede caratteristiche uniche rispetto alla disponibilità e all’uso di luce e alle caratteristiche fisico-chimiche dell’acqua», dichiara Nils Asp, ricercatore presso l’Università Federale di Parà. «Il nostro team vuole capire quali siano i meccanismi che regolano la vita di questo ecosistema, soprattutto vorremmo capire come funziona il processo di fotosintesi in presenza di così poca luce». 

Secondo gli scienziati si tratta di un’area particolare: nessuno infatti immaginava che si potesse sviluppare un simile ecosistema in acque così torbide. L’area ha un grosso potenziale per la scoperta di nuove specie, ed è inoltre molto importante per il benessere economico della comunità di pescatori Quilombola che operano nella zona costiera amazzonica. Al momento meno del 5 per cento di questo ecosistema è stato mappato, ma le ricerche in corso mirano ad aumentare questa percentuale.  

Mentre gli scienziati hanno appena iniziato a studiare questo reef, alcune compagnie petrolifere, tra cui Total e BP, vorrebbero avviare esplorazioni petrolifere nell’area in vista di potenziali trivellazioni. Secondo alcune stime, sotto questi mari ci sarebbero approssimativamente tra i 15 e i 20 miliardi di barili di idrocarburi. 

«Dobbiamo difendere il reef e l’intera regione alla bocca del bacino del Rio delle Amazzoni dall’avidità delle multinazionali che pongono i loro profitti prima dell’ambiente», dichiara Thiago Almeida di Greenpeace Brasile. «Una delle aree in cui Total vorrebbe cercare idrocarburi si trova a soli otto chilometri dal reef, e l’iter burocratico per ottenere il via libera è già partito».  

Secondo Greenpeace, la ricerca di idrocarburi porrebbe questa area sotto un pericolo costante. Il punto più a nord dello Stato brasiliano di Amapà, il Cape Orange National Park, ospita il più grande ecosistema continuo di mangrovie e non c’è tecnologia capace di ripulire un tale ecosistema da eventuali sversamenti di petrolio. Inoltre, i rischi legati ad operazioni simili in un ambiente come la bocca del bacino del Rio delle Amazzoni sono accresciuti dalle forti correnti e dai detriti che il fiume porta con sé. 

In questa regione – casa di lamantini americani, tartarughe gialle, delfini e lontre di fiume – sono stati finora scavati 95 pozzi. Di questi, 27 sono stati abbandonati a causa di incidenti meccanici, il resto per scarsa convenienza economica.  

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Greenpeace: Rinnovabili e internet, Amazon ancora in ritardo, Apple e Google guidano Ranking Energia Pulita

ROMA – Mentre Apple, Google, Facebook e Switch, azienda leader a livello mondiale nel settore dei data center, stanno compiendo grandi passi in avanti verso l’obiettivo di alimentarsi con energia al 100 per cento rinnovabile, compagnie come Netflix, Amazon Web Services e Samsung sono ancora in ritardo. È quanto mostra il report Clicking Clean:Who is Winning the Race to Build a Green Internet?” diffuso in queste ore da Greenpeace USA, in cui viene analizzata l’impronta energetica dei grandi operatori di data center e di circa 70 tra siti web e popolari applicazioni.

«Nonostante gli annunci in fatto di rinnovabili, Amazon continua a mantenere i suoi clienti all’oscuro circa le proprie decisioni energetiche», dichiara Luca Iacoboni, responsabile campagna Clima ed Energia di Greenpeace Italia. «Tutto questo è alquanto preoccupante, soprattutto se teniamo conto che l’azienda sta allargando le proprie attività in aree geografiche in cui sono utilizzate prevalentemente energie sporche».  

Tra le compagnie analizzate da Greenpeace c’è anche Netflix, piattaforma di streaming tra le più importanti al mondo, con un’impronta energetica che interessa un terzo del traffico internet in Nord America e che contribuisce in maniera significativa alla domanda di dati per lo streaming video. Nel 2015 l’azienda aveva annunciato l’intenzione di controbilanciare completamente le proprie emissioni di CO2, ma un’analisi più attenta ha rivelato che sta solamente comprando crediti di compensazione delle emissioni, senza aumentare gli investimenti in energie rinnovabili, l’unico modo per ottenere un futuro pulito.

«Al pari di Apple, Facebook e Google, Netflix è uno dei più grandi attori della galassia di internet e gioca un ruolo chiave nel decidere con quale energia questo settore vada alimentato», continua Iacoboni. «Netflix deve dunque prendersi la responsabilità di assicurare che la sua crescita sia alimentata da energia rinnovabile, non da combustibili fossili, e deve porsi come capofila su questo tema», conclude.

Ad oggi quasi 20 compagnie del settore informatico si sono impegnate a usare energia 100 per cento rinnovabile per le proprie attività. Tra gli operatori di data center analizzati, è Switch a far registrare i progressi migliori nella transizione verso energia pulita.

Nel 2012 il settore IT ha utilizzato il 7 per cento della elettricità globale, quota destinata ad aumentare visto l’incremento del traffico internet globale. Si prevede infatti che nel 2017 la percentuale supererà addirittura il 12 per cento. Entrando nel dettaglio, nel 2015 lo streaming di video ha pesato per il 63 per cento sul traffico totale internet, cifra che secondo le previsioni 2016 di Cisco Network Traffic nel 2020 dovrebbe raggiungere l’80 per cento.

Greenpeace, che analizza le performance del settore IT dal 2009, chiede che tutte le più grandi compagnie si impegnino ad alimentarsi con energia 100 per cento rinnovabile e siano trasparenti sulle attuali performance energetiche del settore e il consumo di risorse, incluso le fonti di energia utilizzate, per permettere a clienti e investitori di misurare i progressi verso l’obiettivo. Inoltre l’organizzazione ambientalista chiede alle grandi aziende IT di sviluppare strategie che incrementino l’offerta di energia rinnovabile, sia attraverso investimenti diretti che tramite azioni di pressione sui fornitori di elettricità e sui decisori politici.

Leggi il report Clicking Clean:Who is Winning the Race to Build a Green Internet?”

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Greenpeace : Finalmente vietate le trivellazioni nell’Artico, Un Buon Natale per balene e orsi polari.

ROMA – Obama e Trudeau, Presidenti di Stati Uniti e Canada, si sono finalmente impegnati per la protezione dell’Artico. In gran parte di questi territori saranno vietate ora le attività di ricerca ed estrazione di idrocarburi. Obama è andato anche oltre, escludendo airgun e trivelle da un importante tratto della costa atlantica statunitense: il “divieto permanente di trivellazione” interessa il 98 per cento delle acque federali dell’Artico, ben oltre 465 mila metri quadrati.

Milioni di persone in tutto il mondo hanno sostenuto la campagna di Greenpeace per la protezione dell’Artico, un ecosistema unico, ricco di diversità biologica e di importanza fondamentale per la regolazione del clima del pianeta. Nell’Artico vivono oltre 20.000 specie animali e i ghiacci artici – riflettendo i raggi solari – mitigano gli effetti del riscaldamento globale.

“Con il ritirarsi dei ghiacci, avanzano le pretese delle compagnie petrolifere ma anche dell’industria della pesca che possono finalmente accedere ad aree prima precluse: speriamo che le misure decise da Stati Uniti e Canada siano utili a fermare questo scempio” commenta Alessandro Giannì, direttore delle campagne di Greenpeace Italia. “Vedremo se il Presidente Trump, da sempre dalla parte dei petrolieri, si schiererà ora anche contro quei milioni di cittadini in tutto il mondo, e le comunità indigene dell’artico statunitense e canadese, che per la loro terra, e la nostra Terra, hanno in mente qualcosa di meglio che il catrame e la distruzione promessa dalle trivelle”.

Leggi la dichiarazione congiunta di Stati Uniti e Canada: https://www.whitehouse.gov/the-press-office/2016/12/20/united-states-canada-joint-arctic-leaders-statement

Lampedusa: inizia a produrre energia pulita ” l’impianto solare finanziato da Crowdfunding di Greenpeace “

LAMPEDUSA – È stato inaugurato ieri 13 Dicembre, a Lampedusa l’impianto fotovoltaico da 40 kW finanziato con il contributo di quasi mille persone che hanno partecipato al crowdfunding “Accendiamo il sole”, promosso da Greenpeace. Gli oltre 160 pannelli, installati sul tetto di un edificio comunale, hanno dunque iniziato a produrre energia pulita che negli anni garantirà all’isola un risparmio complessivo di quasi 200 mila euro, evitando inoltre l’emissione in atmosfera di oltre 300 tonnellate di CO2.

«È paradossale che in luoghi famosi per il sole, il mare e la bellezza come Lampedusa l’energia venga prodotta quasi completamente dal petrolio», dichiara Andrea Purgatori, Presidente di Greenpeace Italia. «Noi vogliamo invertire questo trend e per questo auspichiamo che l’inaugurazione di oggi sia solo un primo concreto passo verso un futuro al 100 per cento rinnovabile per le isole italiane».

Oltre a Greenpeace hanno preso parte alla cerimonia anche il sindaco Giusi Nicolini, diversi rappresentanti del Comune di Lampedusa e una delegazione di Casa di Love, fondazione taiwanese che ha finanziato i costi relativi all’installazione dell’impianto.

«Siamo grati a tutte le persone che hanno permesso di sbloccare il paradosso di un impianto completamente autorizzato, ma fermo a causa di lungaggini burocratiche», dichiara Giuseppe Onufrio, Direttore Esecutivo di Greenpeace Italia. «I cittadini, al pari di Comuni e piccole e medie imprese, devono essere incentivati ad autoprodurre l’energia che consumano, e non ostacolati come avviene in Italia. Chiediamo che questa situazione cambi presto sia a livello comunitario, con la nuova direttiva sulle energie rinnovabili, sia a livello nazionale.

Vedremo se il governo Gentiloni cambierà la linea anti rinnovabili seguita dal governo Renzi, che per tre anni ha quasi bloccato un settore così importante per il futuro energetico del Paese», conclude Onufrio.

https://we.tl/tJiP1CNtI7

GREENPEACE: UE POTREBBE FAR FALLIRE IL PASSAGGIO ALLA RINNOVABILI PER SALVARE IL CARBONE

ROMA – Un pacchetto di misure pubblicato oggi dalla Commissione europea minaccia di far fallire gli sforzi per accelerare lo sviluppo delle rinnovabili, prolungando invece la nostra dipendenza dal carbone.

“Per raggiungere gli obiettivi siglati a Parigi, l’Ue deve accelerare la crescita delle rinnovabili e permettere a tutti i cittadini di giocare un ruolo importante per un futuro pulito e rinnovabile. Ma questo pacchetto di misure non fa altro che tirare il freno. Distribuisce soldi alle centrali a carbone e dà alle compagnie energetiche più potere di controllo sul sistema energetico, limitando il ruolo dei consumatori come produttori di energia rinnovabile” commenta Tara Connolly, consulente politica di Greenpeace Ue.

Le misure proposte dalla Commissione includono sussidi conosciuti come capacity payments, di cui beneficeranno carbone, gas e e nucleare, con il pretesto di tenere le centrali pronte per essere accese. Al 2020 circa il 95 per cento delle centrali a carbone avrebbe i requisiti per ricevere questo sussidio, secondo la proposta della Commissione, che include un tetto massimo per la CO2 solo per le centrali a carbone di nuova costruzione.

La Commissione ha anche proposto di far decadere una norma esistente che prevede che venga immessa in rete l’energia da fonti rinnovabili prima di quella da inquinanti centrali a carbone o nucleari. Questo porterà ad ancora più casi in cui gli impianti di rinnovabili verranno spenti, in particolare quando ci sarà eccesso di offerta, perché è più semplice ed economico spegnere l’energia del sole e del vento piuttosto che le centrali a carbone o nucleari, che sono estremamente poco flessibili. Queste misure avranno l’effetto di bloccare gli investimenti nel settore delle rinnovabili.

La proposta della Commissione promuove, allo stesso tempo, il ruolo dei cittadini e delle cooperative per produrre, consumare, accumulare e vendere la propria energia rinnovabile. Ma propone anche di limitare la grandezza delle cooperative mettendo ai progetti una soglia massima di 18 megawatts all’anno di media.

Il pacchetto completo delle misure proposte dalla Commissione dovrebbe avere lo scopo di aiutare l’Ue a raggiungere i propri obiettivi al 2030 in termini di riduzione delle emissioni e incremento dell’efficienza energetica e della quota di energia prodotta da fonti rinnovabili. Tuttavia, è davvero improbabile che questi provvedimenti mettano l’Ue in condizione di fornire il proprio contributo all’obiettivo di mantenere l’aumento di temperatura entro 1.5°C, come concordato lo scorso anno a Parigi.

Leggi l’analisi della proposta della Commissione (in inglese): http://www.greenpeace.org/eu-unit/en/Publications/2016/Commission-risks-putting-renewable-energy-transition-in-the-hands-of-reluctant-power-companies/

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COP22 DI MARRAKECH, GREENPEACE: “ESITO CONFERENZA POSITIVO, ORA STOP A NUOVI PROGETTI DI ESTRAZIONE FONTI FOSSILI”

MARRAKECH (MAROCCO) – Commentando l’esito della COP22 di Marrakech, Giuseppe Onufrio, Direttore Esecutivo di Greenpeace Italia, dichiara:

«Durante queste due settimane abbiamo constatato una rinnovata determinazione ad andare avanti con quanto definito dagli accordi di Parigi. Ma se i governi vogliono essere seri e coerenti, nessun nuovo progetto di estrazione di combustibili fossili dovrebbe essere d’ora in poi autorizzato. Per evitare catastrofi climatiche dobbiamo inoltre proteggere le foreste e gli oceani, muoverci verso un’agricoltura sostenibile e puntare a un Pianeta 100 per cento rinnovabile. Noi saremo la generazione che porrà fine all’era combustibili fossili».

Numerose le novità concrete emerse in questi giorni di trattative. Dal Paese ospitante, il Marocco, che ha annunciato un obiettivo del 52 per cento di rinnovabili elettriche al 2030, al Brasile, che ha tagliato un miliardo di dollari di sussidi alle fossili. Dalla Cina, che con le rinnovabili sta reimpiegando forza lavoro in una delle città “fantasma” del carbone come Yilin nella provincia di Shaanxi e cercando di combattere il pesante inquinamento dell’aria, alla dichiarazione del ministro dell’Ambiente tedesco Barbara Hendricks, che ha affermato che l’Europa compenserà gli eventuali mancati obiettivi statunitensi. E, non ultimo, l’impegno dei 47 Paesi più colpiti dagli effetti dei cambiamenti climatici che hanno annunciato di voler puntare a uno scenario 100 per cento rinnovabile.

«Nonostante sia venuto meno ancora una volta l’impegno a sostenere proprio i Paesi che soffrono maggiormente a causa dei cambiamenti climatici, l’obiettivo della Conferenza, ovvero concordare un piano di lavoro per aggiornare i nuovi obiettivi entro il 2018, è stato raggiunto», continua Onufrio. «Ora bisognerà vedere cosa accadrà nei prossimi due anni, sia a livello globale che in Italia, dove il nostro governo si mostra sempre prodigo di belle parole, a cui però raramente fa seguire azioni concrete», conclude.

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ANCHE GREENPEACE ITALIA RICORDA ENZO MAIORCA: «SE NE VA UN GRANDE AMICO, UNA VITA DEDICATA AD AMARE E DIFENDERE IL MARE”

ROMA– Anche Greenpeace Italia si unisce al cordoglio per la scomparsa di Enzo Maiorca, un grande ambientalista che ha sempre dedicato tutti i suoi sforzi alla difesa dei nostri mari. 

 «Averlo al nostro fianco in battaglie importanti, come quelle contro le spadare e le trivelle, è stato un piacere e un onore. Mancherà a noi e mancherà al mare», dichiara Alessandro Giannì, direttore delle Campagne di Greenpeace Italia. «Vogliamo ricordarlo con noi in difesa della pesca artigianale, contro chi il mare lo sfrutta oltre ogni limite. Contro le maledette trivelle e contro chi del mare non ha rispetto. Lui, che il mare lo conosceva e lo amava, sapeva quello che gli stiamo facendo».

«Non stava zitto, Enzo. Lo potevi ascoltare per ore e sentivi che il mare era parte di sé, che il mare ce l’aveva dentro come pochi altri», continua Giannì. «Ci stringiamo a sua moglie e a sua figlia Patrizia: anche lei, come suo padre, compagna di tante battaglie che anche per Enzo sentiamo il dovere di continuare», conclude Giannì.

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Greenpeace: Bene ratifica accordo clima, ora il governo rilanci le politiche di efficienza e intervenga su mobilità e trasporti.

ROMA – Greenpeace interviene sul via libera dell’Aula del Senato alla ratifica dell’Accordo di Parigi collegato alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, la cosiddetta Cop21.

“Meglio tardi che mai. Dopo la ratifica dell’Accordo di Parigi, bisognerebbe rivedere gli impegni volontari sia in sede europea che nazionale” commenta  Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia. “Il governo Renzi dovrebbe smettere di porre ostacoli e impedimenti alle rinnovabili; occorre rilanciare le politiche di efficienza e intervenire seriamente sul settore della mobilità e dei trasporti. La mobilità del futuro è elettrica, insistere sul gas come si sta facendo è miope e di retroguardia”.

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Greenpeace: La Rainbow Warrior ha consegnato i pannelli solari a Lampedusa : «Accendiamo il sole, per un futuro verde e di pace»

LAMPEDUSA –  Greenpeace ha concluso le tappe siciliane , come aveva  annunciato dal porto di Catania, con la consegna ufficiale al sindaco Giusi Nicolini e all’isola di Lampedusa  di un impianto fotovoltaico da 40 kW acquistato grazie ad un progetto di crowdfunding a cui hanno partecipato quasi mille persone. Si conclude così “Accendiamo il sole”, il tour in Italia della Rainbow Warrior, nave simbolo di Greenpeace.

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«Abbiamo compiuto un gesto, piccolo ma concreto, per un’isola come Lampedusa che è crocevia delle rotte dei migranti nel Mediterraneo. E non di rado queste persone fuggono da conflitti collegati alla corsa ai combustibili fossili», dichiara Alessandro Giannì, direttore delle Campagne di Greenpeace Italia. «Dobbiamo puntare su un Pianeta 100 per cento rinnovabile, un mondo in cui la pace è più facile, il mondo che vogliamo e per cui ci adoperiamo».

Greenpeace, grazie all’aiuto di Enerpoint (che ha venduto l’impianto a prezzo di costo) e della fondazione “Casa di Love” (che ha coperto i costi relativi all’installazione), ha sbloccato uno degli ennesimi paradossi delle rinnovabili all’italiana: il Comune di Lampedusa aveva partecipato a un bando per la realizzazione dell’impianto, ma le lungaggini burocratiche hanno fatto sì che l’impianto è stato autorizzato quando il bando era scaduto. Nei prossimi giorni si aprirà il cantiere per l’installazione dei pannelli sul tetto di un edificio del Comune, lavori che dovrebbero essere ultimati in un paio di settimane. A quel punto l’ultimo tassello sarà l’allaccio in rete da parte dell’azienda di distribuzione locale, previa domanda del Comune.

L’impianto che Greenpeace ha consegnato oggi porterà benefici concreti per l’isola e per l’ambiente: il Comune risparmierà infatti complessivamente quasi 200 mila euro in 25 anni, e si eviterà l’immissione in atmosfera di circa 300 tonnellate di CO2, l’equivalente di oltre un milione di chilometri percorsi in auto. Ma i vantaggi sono anche per tutti noi: la produzione di energia elettrica nelle piccole isole italiane ci costa in bolletta oltre 60 milioni di euro ogni anno. Per questo Greenpeace chiede da tempo al ministro dello Sviluppo Economico Calenda di modificare il sistema di approvvigionamento energetico di queste isole e incentivare una loro transizione verso le energie rinnovabili. A dispetto di tutti i proclami a favore del clima, nessuna risposta è pervenuta

È questa una delle tante contraddizioni in tema di energia e clima messe in luce dal tour della Rainbow Warrior, che ha acceso i riflettori su alcuni esempi della direzione fossile presa da questo governo: dalla possibile apertura di una centrale a carbone a Saline Joniche, ai piani di allargamento del campo oli Vega, fino ai dati che dicono che la quota di rinnovabili in Italia è addirittura in calo negli ultimi due anni. Il nostro Paese, inoltre, è al momento uno dei pochi a non aver ancora ratificato l’accordo di Parigi.

«Con “Accendiamo il sole” abbiamo voluto informare i cittadini sui i benefici delle energie rinnovabili, evidenziando al tempo stesso le menzogne del governo Renzi», continua Giannì. «Se vogliamo che il nostro diventi davvero un Paese leader in fatto di ambiente, e non solo di annunci, dobbiamo cambiare immediatamente direzione, abbandonare i combustibili fossili e puntare sull’energia del sole e del vento. Basta trappole contro le rinnovabili», conclude.

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Nei prossimi giorni i volontari di Greenpeace terranno incontri nelle scuole di Lampedusa e racconteranno ai cittadini dell’isola il progetto “Accendiamo il sole” e la storia dell’organizzazione ambientalista. La Rainbow Warrior quindi partirà per unsurvey dei cetacei nei mari siciliani, per dirigersi poi verso Marrakech, dove il 7 novembre inizierà la COP22, l’annuale conferenza mondiale sul clima.

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F. Moramarco, us  (a Lampedusa)

https://we.tl/qxPIs2uocI (video)

 

 

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